Parità? La vera sfida è riconoscere solo il talento
Sembra incredibile che nel 2025 si parli ancora di quanto le donne siano importanti nella società e nel mondo del lavoro. È anacronistico, quasi surreale. Sottolineare continuamente questo aspetto non è altro che un’ulteriore forma di discriminazione.
Pensiamoci: se dicessimo che i latini sono più creativi dei nordici o che gli asiatici sono più disciplinati degli europei, sarebbe o no una generalizzazione inaccettabile? Eppure, quando si parla di donne e uomini, il dibattito si concentra ancora sulle differenze, sui punti di forza “tipicamente femminili” o “tipicamente maschili”. Ma davvero nel 2025 dobbiamo ancora ragionare in questi termini?
Il punto non è chi appartiene a quale genere, ma chi è competente, chi ha talento, chi porta valore. Esistono solo persone in gamba e persone meno in gamba. Il vero problema è che non sempre le opportunità vengono date a chi lo merita, ma spesso a chi rientra in schemi consolidati, basati su preconcetti e non sul valore reale.
Se fossi una donna, questa narrazione mi dispiacerebbe molto. Ma non lo sono. E proprio per questo, da uomo, mi chiedo: perché dobbiamo ancora ribadire l’ovvio? Perché non possiamo semplicemente riconoscerci tutti come esseri umani con le stesse potenzialità, senza etichette?
Il giorno in cui smetteremo di parlare di donne nel lavoro come una “categoria” e inizieremo a parlare solo di competenza, sarà il giorno in cui avremo davvero fatto un passo avanti. Fino ad allora, stiamo solo girando in tondo, 364 giorni l’anno.